Il ricordo positivo di Salerno, della sua gente. E del suo particolare slang

di Bruno Gemelli

La Campania è una terra simpatica, accogliente e creativa. Tanto da suscitare sempre nuovi stimoli, curiosità per le mille sfaccettature che possiede e che trasmette senza eccessivi

Salerno, piazza della Concordia

fronzoli. Quella parte che ho visitato negli anni è stata a macchia di leopardo, affidata al caso.

Un tour a singhiozzo dettato il più delle volte da motivi professionali, ma che mi ha sempre soddisfatto, trovando la regione medesima, senza piaggeria, un punto di riferimento, una meta. D’altra parte, quando ancora non c’erano le università che ci sono ora, le direzioni intellettive e commerciali per noi calabresi erano Napoli, Bari e Messina. Lungo questi corridoi si emanciparono intere generazioni. I più facoltosi frequentavano Bologna, Padova, Pisa.

Dico subito, e faccio ammenda di ciò, che non conosco le province settentrionali, Caserta e Benevento. So poco di Avellino, qualcosa di più dell’Irpinia. Ricordo come un sogno i prosciutti di Ariano Irpino e di Grottaminarda. Di Napoli credo di aver visto le cose essenziali. Via Toledo, Via Mezzocannone, i Decumani, San Gregorio Armeno, i Quartieri Spagnoli, Piazza Plebiscito, il Museo di Capodimonte, ecc ecc. Conto di ritornarci a breve per visitare la Napoli Sotterranea e la Cappella San Severo.

Sono stato diverse volte sulla costiera Amalfitana. Delle isole ho visitato solo Capri. Insomma, il minimo sindacale. C’è tanto da vedere ancora.

Quella che conosco discretamente bene è Salerno, anche se manco da tempo, per averci vissuto per un semestre. Conservo un ricordo positivo della città e dei suoi abitanti. Quando si arriva a Salerno s’imparano subito alcuni slang. Tipo: «Si Saliern’ teness’u puort’, Napule fuss’ muort’». Non c’è bisogno di traduzione per questo curioso paradosso. Il mio cicerone di allora la prima cosa che mi ha insegnato è questa: «’u mazzu da signora». Tradotto: «il masso della signora». Col doppio senso. Una località fuori dal centro abitato dove vanno le coppiette a pomiciare. Abitavo nei pressi del vecchio stadio Vestuti con intorno le case popolari con i panni appesi. La centralissima piazza Malta non era distante. Andavo a mangiare in una traversa di Corso Vittorio Emanuele II, alla trattoria di Rosalia; si pranzava bene e si pagava un niente. Le  formalità erano bandite, ognuno si sedeva dove voleva; l’importante era trovare una sedia libera. Il sabato mi riservavo un pranzo di lusso; raggiungevo tronfio, credo si chiamasse, “Il Gambero Rosso”. Era il ritrovo degli intellettuali. Un tavolo fisso ce l’aveva lo storico Renzo De Felice che s’incontrava con i suoi allievi. Allora non c’erano le luminarie di De Luca, ma si notava il dinamismo della città. Insomma, i salernitani mi erano simpatici, anche se un po’ spigolosi.

Salerno, piazza Malta

Insomma, alla fine del mio soggiorno salernitano riuscivo a distinguere  il dialetto napoletano da quello salernitano. Diversissimi tra loro. Durante la permanenza a Salerno ebbi modo di scoprire il Cilento, terra selvaggia a quell’epoca, ma tanto suggestiva. A Caselle in Pittari, duemila anime tra le colline, mangiavo da “Zi Filomena”, la cucina del territorio. Arrivati a Sala Consilina già si respirava aria di Calabria. Naturalmente c’era prima la tappa a Battipaglia o Eboli per la mozzarella di bufala anche se io preferivo la tradizionale, altrettanto buona, con la commistione dei pomodori dell’agro sarnese-nocerino. La nota Caprese. In definitiva ancora oggi per noi che veniamo dal Sud la provincia di Salerno rappresenta la porta d’ingresso della napoletanità, come la Terra di Lavoro del Casertano sfuma verso Roma e l’Avellinese si specchia nelle Murge.