Daniele Sepe nei panni di “capitan capitone” e la ciurma azzurra napoletana

di Vittorio Pio

Se avete mai incrociato il genio di Frank Zappa, il rigore del Maestro Morricone, le geometrie sonore di Joe Zawinul e la prolifica eccentricità di Lester Bowie o Hermeto Pascoal, allora la musica di Daniele Sepe

rappresenterà per voi un colpo al cuore. Classe 1960, napoletano di Posillipo, il nostro è un iconoclasta che ancora non è stato lodato abbastanza per il suo essere

obliquamente visionario. Un multi-strumentista che specie in Italia non ha un paragone, anche per l’enciclopedica ispirazione che ha lo stesso vasto spettro musicale delle icone citate in apertura. Una carriera al fulmicotone, con il debutto ufficializzato a 16 anni, quando Daniele partecipa al seminale  “Tammurriata dell’Alfasud” dei Zezi, gruppo operaio di Pomigliano d’Arco, la cui  essenza è rimasta un ispirazione costante per i capitoli successivi, partendo (o ritornando?) da “Vite Perdite”, l’album del 1993 che tutti ricordano come un acuto distillato di riflessione, umorismo e ricerca compositiva sulla contemporaneità di Napoli, ventre ispiratore del sud.

Da allora a qui sono successe molte cose, diverse formazioni e collaborazioni di prestigio, (fra le ultime anche quelle con Stefano Bollani e Vinicio Capossela), e una nuova, imperdibile, antologia in tre capitoli che pone in evidenza la figura allegorica di un Capitano soprannominato Capitone, che pone nuovamente lo sguardo sornione sui talenti della nuova scena musicale di Napoli, il cui scrigno creativo non smette mai di sorprendere. “Il 7 luglio del 2015- ribadisce Sepe- un gruppo di cassintegrati Fiat di Pomigliano mi chiese di organizzare un concerto per sostenere la loro lotta e la loro cassa di resistenza. Fu scelta piazza Dante e in meno di 20 giorni misi insieme più di otto ore di concerto, coinvolgendo decine e decine di band della città. Molte non le conoscevo. Da allora il sodalizio tra chi partecipò a quella bella avventura non si è più sciolto, abbiamo continuato a suonare, mangiare, bere e girovagare insieme.” E alcuni di questi compagni di viaggio che probabilmente sarebbero piaciuti ad Emilio Salgari, hanno i nomi di eccellenti jazzisti come Hamid Drake, lo stesso Bollani ed altre personalità del fiorente panorama newpolitano che dovreste immediatamente approfondire cercando Flo Cangiano, i Foja, La Maschera, Tartaglia Aneuro (protagonisti dell’irresistibile Le Range Fellon), Gnut, Emilia Zamuner, Aldolà Chivalà, Mario Insenga & Hadacol Special, l’inossidabile Contrabbanda di Luciano Russo, Alessio Sollo, Nero Nelson, Sara Sossia Squeglia, Piermacchiè, e ancora perni dei suoi progetti passati come Auli Kokko e Massimo Ferrante, più alcuni artisti in erba per una fascia (davvero invidiabile) che passa dai 4 ai 65 anni di età. E se “Corpo Morto” rivisita atmosfere indiscutibilmente zappiane dall’inizio alla fine, sappiamo che Sepe nella sua immarcabile bulimia che può citare  ha anche registrato un album interamente dedicato allo Zio Frank, così come è stato pregevole il tributo pubblicato lo scorso anno, sempre secondo la sua personalissima declinazione a Gato Barbieri. Speriamo non ci faccia aspettare troppo a lungo per il missaggio e la pubblicazione definitiva. Una mente fina e profonda.