Da Guarda come dondolo a Taormina

di Massimo Veltri

Erano gli anni dei 45 giri e il tempo passava lentamente. C’era Edoardo Vianello con Le pinne fucili e occhiali, Guarda come dondolo, I Watussi e cantava canzoni allegre, ritmate, facili. Gino Paoli invece ci regalava

Sapore di sale e t’immaginavi sabbie dorate baciate da una calma risacca con accanto la donna dei tuoi desideri.

Ne uscivano giorno dopo giorno a decine e la casa discografica era la RCA, quella italiana. Potevi notare che avevano qualcosa in comune, quelle canzonette-come le etichettava un pensiero serioso e bacchettone-e pure con In ginocchio da te, La fisarmonica, Il mondo di Jimmy Fontana e altre di Migliacci-Enriquez che impazzavano dovunque ci fosse un jukebox. Era il ritmo, erano i violini, era l’arrangiamento, che giornali del settore come Big, Sorrisi e Canzoni, Ciao Amici assegnavano all’estro di un giovane musicista romano: Ennio Morricone, un vero e proprio facitore di successi. Che componeva pure capolavori come Se telefonando-poi avrebbe detto ch’era stato il ricordo delle sirene della polizia ad avergli fornito l’ispirazione dell’abbrivio. L’RCA aveva nella sua scuderia altre frecce, s’intende: Neil Sedaka, per esempio, con Oh Carol o La terza luna e Paul Anka: Diana! Era una discografia sterminata. E quindici anni dopo la fine della guerra, in una città in cui abbondavano le sale cinematografiche ma non i luoghi di ritrovo-per quelli solo l’estate con le rotonde-irruppe il western di Bob Robertson, contemporaneamente si può dire al glamour di 007. Bob Robertson era romano e girava in Ciociaria, solo dopo in Spagna e oltre ancora nella Monument Valley, cominciando con un rifacimento rude e romantico dei Sette samurai del maestro giapponese. Sergio Leone non poteva fare quel film senza la colonna sonora di Morricone, e il successo di Per un pugno di dollari si deve in egual misura al genio di entrambi. Così come quello di tutte le successive opere: la Trilogia del dollaro e la Trilogia del tempo. Che bello ch’era l’uscita di quei film, in sale super affollate e il filo azzurro del fumo di sigarette che intersecava continuamente la proiezione. Senza mettersi a fare il Tornatore di turno: che atmosfere in quei cinema, che emozioni. Il mito di Morricone crebbe esponenzialmente fino a portarmi a seguire fedelmente e indefessamente tutti i film in cui figurava come autore delle musiche e a innamorarmene pure, a volte di ciofeche vere e proprie come Metti una sera a cena di Patroni Griffi.  La cinematografia mondiale poi fece il resto, da Joffe a Pasolini, da Bertolucci a Tarantino… fino a che feci carte false per andare a Taormina ai David di Donatello, una trentina d’anni fa. Prima ancora m’ero messo in prima fila nell’Aula Caldora dell’Università dove aveva diretto un concerto di sue composizioni, irridendo fra lo sconcerto generale le musiche  da film, e successivamente, alle soglie del 2000, in un teatro romano, l’Olimpico mi pare, con il suo concerto per l’Europa. A Taormina fu una notte magica, di giugno, come solo la Sicilia, il Mediterraneo, il genio allo stato puro sanno regalare. I bis non si contarono ne’ tralasciò uno solo dei suoi capolavori. Non ero, ancora, tanto anziano: quindi le lacrime che le mie figlie videro rotearmi negli occhi, a stento trattenute, si dovevano a commozione pura, non a rimbambimento.