La “Napoletanità”: altro che luogo comune, è un vero e proprio business

di Massimiliano Gallo

Napoli è un business. Napoli ha chiuso da un pezzo la presunta battaglia tra le due città. È terminata con un bel po’ di teste saltate nel 1799 e dintorni. Si è chiusa e non si è riaperta più. Napoli si è convertita al luogo comune.

Napoli, via Toledo

Lo ha abbracciato. Se l’è tatuato. Ovunque. Sulla pelle. Sui palazzi. Nell’anima. Quel che un secolo fa veniva definito come folcloristico, oggi è parte integrante della cosiddetta anima della città.

La borghesia, per paura di tornare a piazza Mercato (e non per i tornei abusivi di calcio di strada), al Bar Middleton di LaCapriana memoria parla di autonomia, di orgoglio napoletano, dell’Unità d’Italia come una ferita che mai e poi mai potrà essere rimarginata. Oggi nascere a Napoli ti segna. Devi difendere un territorio. Da cosa, non si sa. Basta agitare il vessillo della diversità. Alimentare la cultura dell’assedio. Elogiare l’unicità del territorio. E un copione che va imparato a memoria. Non c’è problema, piace sempre. Le persone si commuovono a comando. Napoli cavalca il luogo comune. E lo vende. E il pubblico compra. Con Napoli ci si arricchisce. La napoletanità è un lavoro. A tutti i livelli. La diversità di Napoli è una corazza ed un mantello. È un vessillo. Napolimania – catena di negozi – fu una brillante idea di Enrico Durazzo. Allora, però, il filo conduttore era l’ironia. E già funzionava. Su quell’ironia, su quella leggerezza, è stata creata una figura professionale. Il napoletano. Il difensore di Napoli. In perenne difesa – non si sa da cosa – della napoletanità, del popolo di Napoli. Perché a Napoli non ci sono i cittadini. Non ci sono gli abitanti. A Napoli c’è il popolo. Espressione usata più volte da Maurizio Sarri che, al pari di tanti altri, ha capito come avere successo in città. Se si fosse candidato alle elezioni due anni fa, avrebbe vinto col 70% dei consensi.

Napoli, il cuore del centro storico

Poi, ovviamente, è andato alla Juventus. Ha fatto bene. Napoli ama essere presa per il culo, è la sua vocazione. Napoli ormai è una macchietta. Ma la macchietta tira e quel che conta è il fatturato. Sempre. In “Ammore e malavita” i Manetti Bros hanno introdotto i turisti che vanno a Scampia nella speranza di essere rapinati. I Manetti Bros sono tra i pochissimi a riuscire a ironizzare su Napoli e non a caso non sono napoletani. Gomorra è un’aspirazione. Oggi Ricomincio da tre sarebbe contestato. La scena del matrimonio della sorella, con l’emigrante Troisi che si sente estraneo in mezzo alla sua gente. Troisi ha detto molto. In Ricomincio da tre e nel soggetto di “No grazie, il caffè mi rende nervoso”. Si capisce che aveva intuito quel che sarebbe accaduto.

Napoli non è città per laici. Napoli richiede un’adesione. E se uno è tanto bravo da superare la fase di sconcerto, può sempre aderire al progetto e recitare la napoletanità. È un lavoro in espansione, al momento non conosce crisi. La napoletanità fa fatturato.