Un grosso favore fatto agli evasori fiscali: lo Stato si è arreso, addio al redditometro

di Paolo Pagliaro

Nelle pieghe della  deliberazione della Corte dei Conti sul rendiconto generale dello stato 2019 c’è una notizia desolante: la scomparsa del redditometro, quello strumento con cui il fisco poteva misurare l’eventuale discrepanza

tra il reddito dichiarato dal contribuente  e le sue capacità di spesa.  

Un modo per approfondire la situazione fiscale di  chi non paga i buoni mensa ma accompagna a scuola i figli con il Suv. Di chi vive nel lusso e non paga le tasse.

Dice la Corte dei Conti che nel  2019 in tutta Italia ci sono stati soltanto 1.850 casi di accertamento  sintetico del reddito delle persone fisiche, detto appunto redditometro. Si tratta del dato più basso dal 1991, anno nel quale fu varato il nuovo strumento antievasione. Il declino del redditometro è stato repentino, se si pensa che nel 2012 – l’anno delle polemiche per i controlli della Guardia di Finanza a Cortina d’Ampezzo –  gli accertamenti sintetici emessi dall’Agenzia delle entrate erano stati oltre 37 mila.  Da allora contro il redditometro è stata orchestrata una vera e propria campagna denigratoria, in nome di sacri principi come il diritto alla privacy e la presunzione di innocenza. Ora sappiamo che, su input della politica, gli accertamenti fiscali basati sugli stili di vita sono stati di fatto messi da parte. Secondo  Italia Oggi – unico quotidiano che oggi si occupa della questione  – “la   scomparsa del redditometro equivale, di fatto, alla resa del fisco italiano di fronte ai contribuenti che dichiarano redditi assolutamente irrisori rispetto al tenore di vita e ai beni posseduti”.  Un grosso favore fatto agli evasori.