Napoli, abbattuta la “Vela verde”. Ora si ridia dignità e lavoro alla gente

di Rino Muoio

Scampia, l’abbattimento della Vela verde

La vela verde di Scampia, l’icona più distorsiva di Napoli, dunque, non c’è più. Quando il primo luglio scorso le potenti gru da centinaia di tonnellate, dopo la forzata interruzione legata alla diffusione del Covid,

hanno ripreso i lavori di abbattimento di uno dei paradigmi più negativi e controversi della città, è apparso chiaro a tutti i napoletani come una battaglia si stesse per concludere. E tuttavia uguale consapevolezza ora si avverte tra la gente del più oltraggiato quartiere urbano partenopeo, nel guardare alla nuova e determinante battaglia da condurre nei prossimi mesi e legata al futuro dell’area. Un domani ricco di attese che dovrebbe passare attraverso l’abbattimento delle altre due vele e al recupero della vela celeste, per fare spazio all’insediamento di un polo universitario, in parte già avviato con la facoltà infermieristica, e realizzare l’intera riqualificazione del quartiere a nord del capoluogo. E qui si gioca una partita, non solo campana, che non può essere persa, perché di incompiute il sud è costellato come la volta celeste. Ha ragione il sindaco De Magistris, quando afferma che in realtà il progetto “Restart Scampia” è un modello per l’intero paese, che prende le mosse da quel recupero delle periferie italiane che rimane uno degli interventi strategici forse più qualificanti dell’allora governo Renzi. Ma a Scampia, come per tanti altri quartieri difficili delle grandi città italiane, comprese quelle del nord, ovviamente, la questione assume aspetti etici assai più rilevanti, perché accanto alle verità incontestabili, che raccontano di un quartiere in mano alla camorra diventato per decenni una delle piazze di spaccio più fiorenti d’Europa, con derive violente che hanno in primis condizionato e resa insostenibile l’esistenza di migliaia di famiglie residenti tra quei “mostri di cemento”, è altresì innegabile che si sia strutturata un’immagine massificata e deformata della realtà, che ha invece visto in quelle strutture fatiscenti, crescere, tra mille sacrifici e stoiche resistenze, tantissime coscienze illuminate (musicisti, scrittori, atleti, associazioni di volontariato, parrocchie e giovani di buona volontà) rappresentanti un’umanità variegata e virtuosa, abbandonata a se stessa ma caparbia, verso la quale lo stato ha quasi sempre rinunciato a fare la propria parte, anzi il proprio dovere. “Per anni – ha affermato tra l’altro De Magistris alla stampa – questa zona è stata equiparata a Gomorra invece non è così. C’è stata lotta e dignità dei cittadini di Scampia ed una bella pagina di collaborazione tra governo e amministrazione” Ma la strada che porta alla realizzazione di tutto questo è ancora molto lunga e lo stesso “Comitato Vele” che da trent’anni lotta per arrivare a dare dignità a quell’area e a quei cittadini, sa bene che non si può pensare di risolvere il problema trasferendo problemi, disagi e degrado da una parte all’altra. Dalle macerie della vele verde e delle altre due, deve vedere la luce la realizzazione concreta di un disegno complessivo di riqualificazione che non può essere solo urbana ma deve riguardare anche la vita delle persone, connessa con un inderogabile coraggioso piano per il lavoro, perché sottrarre terreno fertile alla criminalità organizzata non è un esercizio filosofico o una mera dichiarazione d’intenti. Ci sono, si, delle delibere d’indirizzo, per arrivare, si spera presto, al bando delle gare internazionali per la realizzazione delle opere previste. Ma la gente di Scampia ha bisogno di crederci, di entusiasmo, di vedersi riconosciuta la propria dignità che non sempre è stata messa in discussione da comportamenti illeciti. Insomma c’è voglia di riscatto da quelle parti, di affermare la propria identità di cittadini onesti e pronti a fare la propria parte per migliorare le proprie condizioni. Un sentimento che prova anche chi ha ceduto alle lusinghe della camorra per sopravvivere alla povertà, per alimentare le proprie famiglie, conoscendo anche la detenzione e la sopraffazione connessa al ricatto. L’aria che si respira a Scampia ora è forse assimilabile a quella del dopoguerra, in cui gli animi anelano ad una nuova liberazione da un oppressore diverso ma ugualmente temibile e alienante. La sensazione è quella di una possibile libertà ritrovata, ammesso si sia mai assoporata, in cui far valere il proprio talento, le proprie capacità, che tra la gente di Scampia non fanno certo difetto e non possono essere ulteriormente mortificate.

Ecco, se uno sforzo va fatto, non può essere solo quello in direzione di una riaffermazione dell’agognata e sacrosanta vivibilità ambientale, ma anche verso la veicolazione di questa profonda speranza nel cambiamento, che a Napoli, esattamente come in tutto il sud, esiste e fa a botte con l’ingrato, ingiusto e noioso stereotipo del vittimismo e della scarsa propensione al coinvolgimento degli uomini e delle donne meridionali, tanto cari ad alcuni ambienti politici, industriali e ad alcuna stampa nazionale, mossi da un oggettivo e insopportabile pregiudizio che deve essere abbattuto al pari delle vele. In realtà se c’è ancora un’idea, un concetto nobile di coscienza collettiva è proprio nel mezzogiorno che può essere colta, e in quella Napoli che ne è capitale naturale e storica. La classe dirigente di questo paese non ha altra scelta per dare ristoro alle aspettative di questa parte consistente d’Italia. Il paese, di rimando, non può pensare di ripartire e consolidare la propria posizione di potenza economica e politica nello scacchiere mondiale, senza affrontare il tema cruciale della nuova questione meridionale e del riscatto della gente del sud, di cui i cittadini di Scampia sono parte integrante e convinta.