A sessantacinquemila enti del terzo settore, in arrivo dal 5×1000 risorse per quasi 500 milioni

di Luisella Costantini

Il 5 per mille ha assunto c nel corso degli anni un ruolo crescente per quella galassia di organizzazioni dal minuscolo bilancio, senza entrate o quasi, per le quali 4-5 mila euro di risorse possono discriminare tra continuazione o cessazione dell’attività.

Va ricordato, infatti, che il 40% delle istituzioni non profit (circa 130 mila) ha un bilancio inferiore ai 10 mila euro annui e, per esse, ha particolare valore la possibilità di fidelizzare una rete di

sostenitori attraverso questa misura fiscale, in grado di aggregare e stabilizzare tanti piccoli contributi individuali. E grazie al 5 per mille diverse aziende, probabilmente avranno meno disagi. Meglio essere chiari: ammontano a 495,5 milioni di euro le risorse – relative all’anno fiscale 2018 – veicolate attraverso il 5 per mille e che verranno destinate alle realtà del Terzo settore. Sono il frutto delle scelte indicate nella dichiarazione dei redditi da parte di 14,2 milioni di contribuenti (+38,2% dal 2006) che andranno a finanziare le attività di 64,771 enti beneficiari (+6,7% rispetto il 2017, + 117% rispetto al 2006). Sono alcuni dei dati del Report “Il 5 per mille per lo sviluppo del non profit” redatto da Banca Etica. Giunto alla quarta edizione, il Report di Banca Etica analizza consente di studiare e analizzare nel profondo le dinamiche del 5 per mille per comprendere e affiancare lo sviluppo del terzo settore che rappresenta una parte rilevante della clientela a cui si rivolge l’Istituto. Nel Report di Banca Etica, questo fenomeno viene indicato come “effetto democratizzazione” del 5 per mille. Il terzo settore tende infatti ad una forte concentrazione delle risorse: a fine 2017 sul 4% delle istituzioni incide il 77% delle entrate, un dato strutturale che rischia di frenare il sano sviluppo di una pluralità di forme imprenditoriali e filiere produttive senza scopo di lucro. Con il 5 per mille, come ben dimostra anche quest’anno lo studio di Banca Etica, l’accesso alle risorse e? relativamente più orizzontale e in una certa misura anche ad esso si deve il lieve miglioramento osservato proprio nel processo di concentrazione generale (nel 2011 era all’82% la quota di entrate detenute dalle più grandi organizzazioni). In tutto questo rischia di fare la differenza lo sfasamento temporale tra progetti e introiti, tra una crocetta sul 730 e l’incasso relativo, tra esigenze reali di chi opera sul campo e la concreta disponibilità di fondi. Così diventa fondamentale per ogni istituzione non profit la relazione con le banche e una coerente gestione delle proprie finanze e anche delle proprie strategie di crescita.