Settembre mese di fuoco per il governo. Conte sarà capace di spegnere le fiamme?

di Paolo Pombeni

Conte afferma che alla fine sarebbe felice di tornare a fare il suo mestiere: se lo dice per scaramanzia o perché non ne può più di tutte le tensioni continue non sapremmo stabilirlo.

Certamente lui e il suo governo, a dispetto dei sondaggi che gli assegnano una popolarità altissima, non attraversano un buon momento. Gli Stati Generali sono andati così così: non male, ma neppure bene.

La parata di star delle istituzioni europee solo dai suoi elogiatori professionali può essere considerata una prova dell’alta considerazione di Conte sul piano internazionale. Difficilmente potevano sottrarsi all’invito, per di più poco impegnativo come è un’incursione in teleconferenza, invito che veniva dal vertice di uno dei paesi fondatori, ma il fatto vero è che nessuno degli intervenuti ha detto più che parole di circostanza.
I partiti che appoggiano il governo sono in fibrillazione. I Cinque Stelle appaiono sempre più in confusione, non tanto a livello della maggioranza dei loro gruppi parlamentari, ben contenti di stare al potere, quanto per l’incertezza che hanno sulla tenuta della loro base. Anche qui i sondaggi che continuano a dare ad M5S tutto sommato un consenso stabile intorno al 15% qualche interrogativo lo pongono, perché non si capisce cosa sostenga questa fede in una dirigenza che da un lato produce un gruppo di professionisti politici che fanno i fatti loro (la difesa della poltrona) e dall’altro non fa nulla per rianimare una base di cui non si sono perse le tracce. Che a tenerla insieme basti sventolare qualche bandierina tipo il ritiro della concessione autostradale ai Benetton o il no al MES crediamo sia tutto da verificare. Naturalmente lo spazio perché si organizzi un’alternativa interna non esiste. Di Battista può contare su qualche palcoscenico televisivo come quello della Annunziata per fare la sua sceneggiata, tanto la TV e i media hanno bisogno di gladiatori che si affrontano nelle loro arene, ma è solo spettacolo. Per porre sul terreno vero le sue questioni avrebbe bisogno di una articolazione classica del partito: sezioni, congressi e quant’altro, luoghi dove articolare un vero confronto, tutta roba che l’attuale gruppo dirigente pentastellato non ha nessuna intenzione di concedergli.
Ovvio che a settembre alcuni nodi verranno al pettine, perché si svolgeranno le elezioni regionali e amministrative e lì il consenso sarà testato in maniera più credibile che nei sondaggi telefonici. Se a quanto emergerà da quelle urne si aggiungesse una crisi economico-sociale che molti danno per inevitabile, il governo non se la caverà tanto a buon mercato. E’ naturalmente possibile che la crisi sia meno drammatica del previsto e questo la renderebbe ancora meno drammatica per l’effetto della percezione che se ne avrebbe: se ci si aspetta la catastrofe e non arriva, alla gente sembrerà magari che si è esagerato e tutto va abbastanza bene. Poi quanto reggerà questa ipotetica prima percezione a fronte di quel che comunque verrà dopo, è tutto da vedere.
Il fatto è che i nodi duri della situazione rimangono al momento intatti. Si fa presto a dire che la burocrazia sarà semplificata, che arriveranno piogge di soldi dall’Europa per cui non ci sarà bisogno del MES (così si tengono buoni i Cinque Stelle), che si darà il via ad una economia green (l’inglese fa sempre più fino dell’italiano), che si incrementeranno istruzione e ricerca, ma intanto non si è neppure riusciti ad avviare seriamente la riforma della giustizia mentre le intercettazioni di Palamara dipingono il sistema del suo governo davvero come una “cosa nostra” di un po’ di correnti, a sbloccare i cantieri già finanziati, a fissare l’avvio dell’anno scolastico e le sue modalità,  e avanti di questo passo.
Il PD non può essere felice di questa situazione che fa cadere su di lui tutti i ritardi, mentre di quel tanto di buono che il governo riesce a mettere in campo se ne appropria direttamente il premier. Il partito di Zingaretti sa bene che alla prova delle urne a settembre deve andarci lui, mentre Conte starà alla finestra a guardare, senza alcuna intenzione di essere coinvolto in un eventuale insuccesso dei Cinque Stelle verso i quali continua ad avere un atteggiamento ambiguo: se andassero male lui non c’entra, se andassero bene sarebbero il suo partito di riferimento.
E’ chiaro che al momento il premier non ha alternative: un po’ perché è rischioso cambiare governo d’estate, un po’ perché non si può andare a trattare i finanziamenti a Bruxelles con una crisi al buio, un po’ perché non puoi affrontare la crisi d’autunno andando alle urne sull’onda di un progetto politico fallito (l’alleanza giallo-rossa) e senza la possibilità di tenere almeno un mano sul timone dell’intervento pubblico.
Però andrebbe anche tenuto conto che ad un certo punto quando si arriva ad essere intrappolati in un vicolo cieco nascono le reazioni estreme dettate dalla costrizione a scegliere. Lo si è visto l’agosto scorso. Potrebbe succedere di nuovo.