PARITA’ DI GENERE. FONDAMENTALE PERCORSO DI EMANCIPAZIONE E LIBERAZIONE

di Andreina Bisich

Nel nostro Paese si parla spesso di parità di genere, ma le “disparità” rimangono e sono evidenti ogni giorno. Differenze ataviche,

che non si riferiscono solo agli ultimi secoli, e che solo negli ultimi decenni sono state in parte abbattute o ridimensionate, se si pensa che il diritto di voto alle donne è stato riconosciuto con un decreto del 30 gennaio del 1945 (il Paese era ancora in guerra)

su proposta di De Gasperi e Togliatti ma con una antipatica prescrizione (“tranne le prostitute schedate e autorizzate”), mentre la loro eleggibilità scaturisce da un decreto successivo, del 10 marzo 1946. La riforma del diritto di famiglia del 19 maggio 1975, trenta anni dopo, ha finalmente modificato quanto prevedevano le norme del 1942, incentrate sulla subordinazione della moglie al marito, di ordine personale e patrimoniale e sulla discriminazione dei figli naturali, nati fuori del matrimonio, che avevano un trattamento giuridico generico penalizzato rispetti ai figli legittimi. Si sono sfaldati, dal dopoguerra in poi, in buona parte i concetti di donna-fattrice e donna-madre avulsa (salve le eccezioni che vedremo dopo) da un ruolo dignitoso e paritario nella società. In Italia sono caduti i tabù, e la prima donna sindaco venne eletta nel 1946 (la calabrese Caterina Tufarelli Palumbo), e con la sentenza del 13 maggio 1960 della Consulta scaturita dai ricorsi di Rosa Oliva, aspirante prefetto, si dischiuse l’argine dei concorsi pubblici riservati ai soli uomini, mentre nel 1964 Letizia De Martino divenne la prima donna magistrato, ma bisognerà attendere il 1985 per annoverare tra i questori una donna, Anna Maria Miglio. Oggi, da poco più di un ventennio, le donne vestono le divise della Polizia, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e di altre Forze dell’Ordine. Nel campo dell’insegnamento, però, il ruolo della donna-educatrice è stato sempre considerato: andando indietro nei secoli, Laura Bassi nel 1732 ottenne la cattedra di Fisica all’Università di Bologna, e Dorotea Bucca, vissuta nel Trecento, definita “l’Ipazia del Medioevo”, fu la prima in assoluto a insegnare all’Università (anch’essa a Bologna) e viene considerata una delle precorritrici del movimento femminista. Ancora oggi c’è tanto da fare (a cominciare dalle iniquità di trattamento economico per le lavoratrici dipendenti), ma le donne hanno dovuto sgomitare, e non poco, per farsi largo nella società, nel campo della cultura e nella politica. Si pensi, senza richiamare la figura unica di Giovanna d’Arco, a personaggi che hanno lasciato il segno come Eleonora de Fonseca Pimentel, patriota e giornalista, una delle figure più rilevanti della Repubblica Napoletana del 1799, che pagò con la vita per le sue idee, oppure a Cristina Trivulzio di Belgiojoso, editrice di giornali rivoluzionari e scrittrice, che partecipò attivamente al Risorgimento, o a Maria Antonietta Torriani (conosciuta con lo pseudonimo di «Marchesa Colombi»), prima firma femminile del Corriere della Sera nel 1876, pacifista umanitaria e femminista ante litteram. Proprio a lei, da pochi giorni, è nelle librerie è dedicato il libro “La Marchesa Colombi, vita, romanzi e passioni” della scrittrice e giornalista Maria Teresa Cometto. Il femminismo in Italia non è rappresentato solo da quei movimenti e da quell’attivismo che pur ebbero un significativo peso nelle battaglie civili sul divorzio e sull’aborto negli anni settanta: è ciò di cui abbiamo memoria, dopo il periodo di oscuramento e “criminalizzazione” di ogni attività volta al miglioramento delle condizioni sociali delle donne durante il fascismo, ma risale addirittura al periodo rinascimentale, al tardo XIII secolo. La donna non è un oggetto e nella società ha dimostrato di saper recitare ruoli autorevoli, sia in politica (pensiamo a Tina Anselmi, Lina Merlin, Nilde Iotti, peraltro tutte ex-partigiane) che nel mondo dell’imprenditoria, come Marisa Bellisario, la prima top manager italiana, ed Emma Marcegaglia, nel mondo della scienza (Margherita Hack e Rita Levi Montalcini) e dell’informazione, come Oriana Fallaci e molte altre. E, a proposito dell’informazione e dell’intrattenimento sui media, non pochi sottolineano un pericoloso ritorno all’oggettivazione della figura femminile, specie sulle reti televisive private. Il sesso biologico non influisce sui diritti delle persone e bisognerà ancora insistere con determinazione per assegnare definitiva dignità e parità di diritti, la cui carenza costituisce motivo di oppressione spesso non solo psicologica e che può sfociare in ben altre tipologie di oppressioni, come abbiamo modo di constatare attraverso aberranti fatti di cronaca, e l’emancipazione è un percorso di liberazione da costrizioni e restrizioni (ancora fortemente presenti nell’industria e nell’agricoltura) che va fatto senza tornare indietro