La Terra di domani i bambini la conoscono già, nonostante tutti i cambiamenti

di Claudia Ammendola

È possibile progettare una ripartenza che preveda il rispetto della Terra? Si, ma che cos’è la nostra Terra? È bene ricordarcelo.

Un bambino a questa domanda risponderebbe all’istante che la terra non è nient’altro che il nostro pianeta, il posto su cui viviamo, Il terzo in ordine di distanza dal sole, il quinto in ordine di grandezza, dopo Giove, Saturno, Urano e Nettuno ed è scortato nell’universo immenso da un unico satellite, la nostra meravigliosa Luna. Se gli chiedessimo di disegnarcela poi, servendosi di qualche stratagemma, come un bicchiere capovolto sul foglio, traccerebbe una forma sferica un po’ schiacciata ai poli, qualcun altro più frettoloso e meno accurato farebbe semplicemente un cerchio sgangherato, e il senso lo darebbero entrambi. E quanti anni ha la terra?  4,54 miliardi di anni, un’età!!!

Ed ecco un’istantanea del nostro pianeta.

Durante il lockdown abbiamo assistito al risveglio della natura, scene quasi fiabesche, orsi a passeggio nei paesi, canguri saltellanti su strisce pedonali, anatre, caprioli, delfini che sgambettavano in posti impensabili, il verde che rinvigoriva, le acque cristalline, flotte di meduse a godersela alle nostre spalle, ma ciò su cui vale la pena di riflettere sono gli effetti collaterali quantificabili, come per esempio il drastico abbassamento delle concentrazioni di biossido di azoto, l’aria cattiva per intenderci.

Mai come in questa parentesi sospesa dalla nostra vita di prima, è chiaro quanto , ma proprio tanto, siamo interconnessi con la biosfera, le piante e gli animali, e i virus…i bimbi lo sanno, ecco perché ai loro disegni del nostro pianeta aggiungono sempre gli occhi e la bocca, come se la sfera su cui viviamo avesse una sua anima, e in effetti ce l’ha, ma noi ce ne dimentichiamo spesso.

L’ambiente ha come parlato, facendoci vedere i suoi due volti. La potenza distruttiva della pandemia e la capacità rigenerativa della terra stessa. Il male e la sua cura insomma.

Continuare sulla stessa strada significherebbe premere il piede sull’acceleratore della competitività economica, che schiaccerebbe ancora una volta la biodiversità e questo inciderebbe negativamente e inevitabilmente sulla vita di milioni di persone, fino al presentarsi del prossimo conto.

Se questa volta pensassimo anche all’ambiente, come un passaggio dovuto, rimanderemmo non uno ma molti problemi.

Uno tra i tanti: la crisi climatica determinata soprattutto dal sistema alimentare, il 34% della CO2è infatti ricollegabile ai sistemi di allevamento, agricoltura intensiva, alla trasformazione, all’industria alimentare, e solo il 17% legato alla mobilità, fino all’ingigantirsi degli altri.

Quali? Eccone alcuni: la temperatura globale che continua ad aumentare, abbiamo vissuto 19 degli ultimi 20 anni più caldi dal 1880. Poi, il tasso di diminuzione dello scioglimento dei ghiacciai, nel 2012 l’Artico in estate ha raggiunto i minimi storici; l’apocalisse degli insetti con la riduzione del 75% negli ultimi 27 anni;

30.178 specie a rischio estinzione, una su quattro. Dal 1950 sono 8 ,3 miliardi di tonnellata di plastica prodotta dall’uomo.

Siamo davvero un gran disastro, sarebbe più semplice per la terra, se i bambini le disegnassero anche due belle gambe lunghe, che ci desse una pedata, e via molti dei suoi problemi. Ma la terra è prima di ogni altra cosa Madre, e sopporta, aspetta un nostro cambiamento.

C’è un equilibrio in bilico, un ordine da preservare e promuovere, per cui vale la pena di riscrivere una svolta etica per tutti, una grande occasione in cui essere protagonisti, sostenendo una politica di tutela per l’ambiente, come base di dialogo tra economia, cibo, scienza e città.

Qualcuno dirà “si, ma come si fa con l’economia?”

Eminenti team di economisti sostengono, dati alla mano, che per scongiurare una recessione globale – che ci si ritorcerebbe comunque contro – dovremmo ristabilire le priorità, puntando su energia pulita, veicoli elettrici, riqualificazione di chi ha perso il lavoro, investimenti nelle infrastrutture e dei servizi per renderli compatibili con l’ambiente. Una transazione ecologica graduale. Ce la potremmo fare, sarebbe una rivoluzione delle coscienze. Ma siamo disposti?

Il vecchio che lascia lo spazio al nuovo e rispetta quel che c’è da rispettare, in una nuova realtà in cui Scienza e Innovazione si danno la mano.

E da dove iniziare? Dal piccolo, come sempre.

Riprogettando in maniera più locale le singole città in modo più green.

Che il virtuosismo del piccolo sia il primo passo del più grande. Alla fine per andar lontano bisogna far così: un passo dopo l’altro.