Canada, questo è il vero volto “cool” del Nord America. E in tanti vogliono viverci

di Daniela Sanzone

Se provate a chiedere a un canadese di definire la propria identità, vi darà una dettagliata spiegazione sul perché e come è diverso da un americano.

Ma se invece insistete per sapere cosa è specificatamente canadese, i punti che vi verranno riferiti sono principalmente quattro: la squisita (qualcuno la definisce falsa) cortesia, la ricchezza di differenze culturali, ovvero la diversity,

o, se preferite, il multiculturalismo (a differenza del melting pot americano, che favorisce l’amalgamazione), l’assistenza medica di base gratuita per tutti e il bilinguismo, inglese e francese. Anzi, ce n’è un’altra, la caratteristica di chiedere sempre sorry, scusa.

Ripetutamente i sondaggi rivelano che tra le dieci città nordamericane dal miglior stile di vita, tre sono canadesi, Toronto, Montreal e Vancouver, anche se gli Stati Uniti hanno molte più metropoli internazionali e una popolazione dieci volte superiore a quella del paese degli aceri. A Toronto si può andare in giro la sera senza troppi rischi, se non si chiude la porta di casa a chiave per una volta non è una tragedia (Michael Moore non scherzava poi troppo nel suo Bowling for Columbine, anche se dipende ormai anche qui dall’area in cui si vive), il rimborso delle tasse arriva a casa nel giro di un paio di settimane al massimo, non ci sono file pazzesche in banca, e comunque tutti rispettano la file perciò si fa più in fretta (provare per credere), gli autobus e i tram sono affollati soltanto nelle ore di punta, per strada c’è spazio per muoversi e per parcheggiare. E se ti vesti o meno all’ultima moda non lo nota nessuno, perché in giro si vede di tutto. All’inizio fa un po’ effetto, poi diventa una liberazione.

In Canada, non ha senso parlare di abitudini tipiche solo di una cultura, soprattutto a Toronto. Nelle case dei canadesi di origine britannica alle cinque del pomeriggio si prende il tè; a Chinatown il brunch si chiama dim sum (questo sì un rito del fine settimana) ed è fatto di assaggini; da Free Times il brunch è kosher, mentre i falafel mediorientali sono hallal; nei bar di Woodbridge, cittadina a pochi chilometri a nord di Toronto dove il 46% della popolazione è di origine italiana, la mattina della domenica ci si riunisce nei bar per comprare le pastarelle e parlare di calcio. Chi non vuole mangiare humburger e patatine (diciamo, esagerando neanche troppo, il piatto nazionale canadese), può scegliere tra i cibi più diversi, indiano, giapponese, italiano, francese, portoghese, mediorientale, ebraico, cinese, giamaicano, messicano, etiope, addirittura thailandese-ungherese o cino-canadese, e così via.

E in effetti a Toronto sono rappresentate circa cento diverse nazionalità per una popolazione di circa quattro milioni di persone. Qui un cittadino su sei parla anche un altro idioma oltre all’inglese. L’italiano è ancora la terza lingua dopo il cinese, ma chissà per quanto ancora. Circa 20.000 ragazzi a Toronto studiano due ore e mezza a settimana di una lingua straniera a scelta, incluso l’italiano, o il sabato, o come parte del regolare svolgimento dell’orario scolastico. La maggior parte sono immigranti che studiano la loro lingua madre, ma i canadesi possono partecipare, se lo desiderano.

Oggi, anche se per molti la meta preferita continua a essere l’America, sono in aumento le persone che da tutto il mondo scelgono di emigrare in Canada, evitando di proposito i “vecchi” Stati Uniti d’America. Il Canada è il secondo più vasto Paese della terra (dopo la Russia), e copre una superficie equivalente a circa 35 volte l’Italia, con una popolazione complessiva che è la metà di quella italiana, si aggira cioè intorno ai 31 milioni di abitanti. Il Paese – decisamente giovane – è composto da dieci Province (dall’Atlantico al Pacifico: Prince Edward Island, Newfoundland, Nova Scotia – ultima a divenire canadese negli anni Cinquanta, dopo essere stata dominio britannico come il resto del Paese in diversi momenti storici – New Brunswick, Québec, Ontario, Manitoba, Saskatchewan, Alberta, British Columbia) e tre Territori, Yucon, Territori del Nord Ovest e Nunavut. Ogni provincia gestisce alcuni ministeri, come Sanità, Istruzione, Trasporti, altri sono sotto l’egida del governo Federale (nazionale), che ha sede nella capitale, Ottawa.

Il Canada è stato spesso confuso con gli Stati Uniti, l’accento canadese può essere scambiato con uno dei tanti americani e le due economie sono strettamente collegate da un accordo di scambio commericale anche con il Messico, il NAFTA (North American Free Trade Agreement), che il presidente Trump aveva minacciato di sciogliere in campagna elettorale ma che ancora esiste. Inoltre, le relazioni politiche sono sempre state amichevoli. Da paese considerato di scarsa rilevanza politica e freddo, il vasto e giovane territorio a Nord sta cominciando a essere considerato un’ispirazione e “cool” persino dagli stessi americani; il Canada «ti fa essere orgoglioso di essere nordamericano», ha addirittura dichiarato Hendrik Hertzberg, un senior editor del New Yorker. Il Canada, da anni alla ricerca di un’identità, sembra averla trovata. Questo grazie soprattutto al multiculturalismo, introdotto dall’amatissimo ma controverso primo ministro ormai scomparso Pierre Trudeau negli anni Settanta, padre dell’attuale primo ministro liberale, il giovane e cool Justin Trudeau, anche lui amatissimo e controverso.

Tutto perfetto in questo Paese, dunque? Non esattamente, alla fine le buone intenzioni del mosaico non aiutano sempre a limitare gli eccessi dettati comunque dall’ideologia del mercato nordamericano. Gli sforzi “polite” della burocrazia canadese, con risultati senz’altro superiori alla media delle destinazioni di immigrazione o “rifugio politico”, non raggiungono sempre i livelli sperati. In particolare, dopo anni di angherie inflitte alle popolazioni aborigene e meticce, questo Paese non ha ancora regolato i conti con tutti i suoi abitanti.