Resilienti, oltre la crisi e il dolore per passare dalla tempesta all’arcobaleno

di Francesca Rennis

In questo periodo di pandemia si è molto parlato di “resilienza”. Credo che la necessità nasca da un bisogno di verificare il mantenimento per la nostra società tecnologica e avanzata di questa risorsa umana ancestrale.

Una capacità, strategica per la specie e per l’individuo, ad affrontare le difficoltà superandole. In questo bisogno di parlarne ho avvertito un senso di sconforto forse perché con la globalizzazione e i derivati ossessivi del marketing pubblicitario, l’appiattimento culturale, il ventaglio di resilienza umana si è ristretto, forse perché si avverte una frammentazione del proprio sé incapace di ripensarsi in forme nuove o forse come tentativo di autotranquillizzazione dalla paura provocata dall’emergenza sanitaria da Covid-19.

Così sentiamo anche parlare di “svolta” economica ed ecologica. Una svolta che dovrebbe fare i conti con una cultura fortemente antropocentrica e impiantata su basi di dominio sociale e territoriale, che genera disuguaglianze più che uguaglianze, azioni centrate sul profitto più che solidarietà. Potrà generarsi una svolta su un sistema gerarchico dominato dal Pil e dalle multinazionali? Potrà generarsi un cambiamento, quello capace di fermare ulteriori pandemie, quando si avverte la permanenza di narrazioni ideologiche e populiste? Credo che la capacità di resilienza collettiva sia fortemente limitata da questo imbarazzante contesto socio-politico e culturale che non accoglie spinte divergenti, creative mentre possiamo invece far riferimento a spinte locali, a noi più vicine.

Abbiamo sperimentato in contesti difficili, come il terremoto de L’Aquila o nei campi profughi, tentativi di resilienza, microstorie di speranza. Lo abbiamo verificato cercando di mantenere una continuità di normalità con i bambini. Nonostante i tanti problemi come società abbiamo ancora risorse importanti da mettere in campo. Anche in questo periodo la scuola ha attivato una forma di resilienza con la Didattica a distanza (DAD) per la quale si sono nutrite diverse aspettative.  Ad un primo sguardo indagatore, però, i risultati non sono stati così promettenti dal punto di vista della resilienza, in quanto le attività online, più che rifarsi ad un e-learning, hanno generalmente riprodotto un apprendimento di tipo mnemonico, ripetitivo e centrato sul voto più che sulla qualità e sulla crescita degli studenti. Il più delle volte nella relazione educativa si è persa di vista la situazione critica, completamente inedita, di fronte alla quale si sono trovati quest’ultimi con il loro carico di emozioni. Senza voler generalizzare e salvaguardando anche le esperienze positive, possiamo però dubitare sul fatto che sia stata implementata l’istruzione più che la formazione, nonostante le indicazioni sul percorso di Cittadinanza e Costituzione.

La scuola anche in quest’occasione avrebbe dovuto scoprirsi tutore di resilienza, incoraggiare creatività e pensiero critico più che rilasciare lezioni standardizzate. Anche dal ventaglio delle esperienze centrate sulla DAD possiamo convincerci del fatto che il processo di resilienza non può attivarsi in senso generico perché dipende dalle singole situazioni vissute dagli studenti.

La resilienza, infatti, si ciba di cura ed emozioni, ricerca personale e autoconsapevolezza dei propri limiti e, siccome non opera secondo schemi lineari, ma dinamici e sistemici, si presenta come un processo diverso dalla resistenza, che appare più come un’opposizione al cambiamento e il mantenimento di traguardi raggiunti.

Seppure sia un costrutto alquanto recente, preso in prestito dalla fisica meccanica, possiamo rintracciare un elemento chiarificatore della sua presenza nell’incisione “Melancholia” realizzata nel 1514 daAlbrecht Dürer. Un’opera straordinaria per il suo simbolismo che recupera questa dimensione eccezionale dell’esistenza superando gli schematismi del pensiero aristotelico e della teoria degli umori di Galeno e che fa affacciare sull’universo moderno, anche se in modo ancora immediato, un elemento dialettico in cui possiamo cogliere il tema della resilienza. Sulla scena appare infatti un elemento nuovo nell’iconografia classica quando l’angelo alza il sopracciglio per guardarsi intorno e cercare intorno a sé gli strumenti del cambiamento, quelli offerti dalla conoscenza tradizionale.

Sono evidenti in questa scelta l’influenza e la mediazione dell’Accademia fiorentina e degli studi di Marsilio Ficino. L’uomo scopre in se stesso la capacità, attraverso il pensiero, di convertire la debolezza e i propri limiti in energia creativa di cambiamento. È tangibile la tensione che possiamo scorgere in questa figura celeste rivolta a superare l’orizzonte delle proprie difficoltà. A quel tempo, questi aspetti potevano essere compresi attraverso riferimenti alchemici e astrologici, ma a noi, in questo frangente, interessa cogliere l’aspetto aurorale di un costrutto tanto in uso oggi nonostante possiamo pensare la resilienza come connaturata all’umanità stessa e alla sua evoluzione conoscitiva e tecnologica, come meccanismo che diventa particolarmente efficiente nei momenti di crisi e di pericolo.

Oggi, grazie alla notevole mole di ricerche scientifiche sul campo, la resilienza può essere definita un costrutto molto complesso della moderna scienza psicologica, teso a descrivere un processo di riorganizzazione positiva della vita che prende in considerazione in modo sinergico e dialettico fattori personali, culturali e del contesto sociale di appartenenza. Se accogliamo quanto preso in considerazione da una prospettiva che integra i diversi approcci teorici, non bisogna infatti dimenticare che in ogni singola persona agiscono, sovrapponendosi in modo del tutto imprevedibile e sistemico, componenti biologiche, del gruppo famigliare di appartenenza e della comunità. In ognuno di noi agisce in modo non lineare né deterministico, in definita, una storicità, valori, modelli comportamentali sia sincronici che diacronici. Lo spettro delle possibilità che ne derivano per le risposte resilienti è davvero sorprendente, imprevedibile.

Tale “costrutto” non studia le variabili determinanti, ma prende in considerazione il processo che rende possibile, fa maturare, promuove, la resilienza in particolari situazioni critiche dell’esistenza, ovvero quei fattori protettivi noti agli studi classici dell’ambito psicologico, che permettono una trasformazione dinamica della crisi in punto di forza. Questa prospettiva si presenta radicalmente diversa da quella scientifico-deterministica atta a identificare problemi, ricercarne le cause e trovare le soluzioni perché, invece, è concentrata sul processo che favorisce la resilienza attraverso lo sviluppo dell’autonomia, dell’empowerment, di coping. Non potendo in questo frangente approfondire tali fondamentali risvolti della resilienza, rimando a due testi, quello a cura di Boris Cyrulnik e Elena Malaguti, Costruire la resilienza. La riorganizzazione positiva della vita e la creazione di legami significativi, edito nel 2005 da Erickson, e quello a cura di Cristina Castelli, Resilienza e creatività. Teorie e tecniche nei contesti di vulnerabilità, edito nel 2011 da Franco Angeli.

In questa sede, viste le problematicità politico-istituzionali, mi preme sottolineare il ruolo degli ambienti più vicini alla singola persona, sia questa in età adolescenziale, adulta e anziana, nel promuovere processi protettivi di resilienza che permettano non solo di mantenere il senso di continuità della propria esistenza nel momento critico e destabilizzante, ma anche di trasformare in modo creativo ed inedito le proprie capacità in risorsa per la comunità di appartenenza. In questo senso, sono particolarmente interessanti gli studi sui soldati nelle trincee o sugli internati nei campi di concentramento nazisti, ovvero in questi contesti in cui l’ingegnosità ha voluto dire mantenere la percezione del proprio sé riannodando il vissuto al passato e proiettandosi verso un possibile futuro.

In definitiva, il processo resiliente tenta di uscire dalla “dittatura” di un presente difficile immaginando altre possibilità. Pertanto, si avvale di aspetti creativi del pensiero, non solo quindi di meccanismi cognitivi, che riescano a ristrutturare la situazione, collegandola anche ad altre esperienze, cercando nuovi significati per prospettare nuove soluzioni.

Non si tratta, allora, di sfuggire alle difficoltà del presente, ma di muoversi nella propria realtà quotidiana sollecitando nuove visioni di vita, esplorando aspetti educativi e di cura che tengano conto delle opportunità insite nella diversità e accolgano ognuno in modo inclusivo con quell’atteggiamento che ancora ci fa sentire la meraviglia della vita e che ci proietta verso la realizzazione dei valori democratici.