Fondamentale imparare a “so-stare” nell’incertezza di questi tempi

di Danila De Luca

Noi tutti abbiamo bisogno di certezze. E in un periodo in cui di certezze non ce ne sono, ci sentiamo smarriti, impauriti e sofferenti. Ne abbiamo bisogno a tal punto che tanti di noi quando se ne sentono privati sviluppano importanti disagi mentali.

Questa pandemia ha infranto l’illusione di una scienza onnipotente e della convinzione dell’uomo moderno di potere tutto, di avere tutto sotto controllo.

Ci troviamo di fronte ad un nemico minaccioso ed invisibile e l’unica cosa che possiamo fare è isolarci. Siamo abituati ad avere una soluzione scientifica o tecnologica per qualsiasi problema e ora contro il Covid-19 non c’è, non c’è ancora.

Ci siamo immediatamente rivolti a virologi, epidemiologi, infettivologi pendendo dalle loro labbra con le nostre domande che anelavano una risposta e abbiamo scoperto che le risposte non c’erano e al loro posto c’erano dei percorsi e dei processi sperimentali che richiedono tempo e impegno di risorse.

L’esperienza della pandemia ha messo a nudo la fragilità dell’essere umano e la illusoria ricerca di sicurezze. L’uomo si è ritrovato più solo e indifeso di fronte alle incertezze, alle contraddizioni e alla confusione che la novità di questo virus comporta. La narrazione di questa pandemia ha sollecitato gli scenari più angosciosi: i bollettini al calar della sera, con la conta terribile dei morti e dei letti nelle terapie intensive che non bastavano, nel silenzio assordante delle nostre città annichilite in cui suonavano solo ambulanze con sirene illuminate.

La pandemia ha riportato al centro della vita l’interrogazione sulla morte. Senza alcun avvertimento l’uomo contemporaneo, con le sue vacanze organizzate sei mesi prima, le sue cene nei ristoranti gourmet, è stato investito dal cambio di programma, dalla minaccia della morte, dal dover fare i conti con l’incertezza del se e quando tutto questo finirà.

Tante sono le emozioni e le reazioni complesse e difficili da gestire in autonomia, lo confermano le tante richieste di aiuto psicologico arrivate in questo periodo.

Per taluni questa pandemia ha creato una situazione assai complessa sul piano relazionale: colui che era familiare, conosciuto, l’altro, è diventato potenzialmente pericoloso e portatore di contagio alimentando fantasie di persecuzione, atteggiamenti e rituali fobici. Questi vissuti possono esitare in un senso di spaesamento e angoscia che producono un prolungamento psicologico dell’isolamento fisico, come la continuazione di un vissuto potentemente regressivo dove solo nel perimetro della propria casa si può trovare sicurezza.

Un’altra grande tipologia di risposta traumatica è stata quella di “rendere non accaduto” il fatto, appoggiandosi a teorie negazioniste e alla fine del lockdown reagire con un rimbalzo ipomaniacale che nega il pericolo reale e la prudenza necessaria in questo delicato momento.

Dunque, il rendere non accaduto e, al polo opposto, l’annichilimento e l’isolamento psichico insieme al corredo di sintomi psicosomatici (stanchezza, difficoltà di concentrazione, depressione) che queste declinazioni patologiche comportano, sono l’indice di una difettosa elaborazione del trauma collettivo e individuale prodotto dalla pandemia.

Se razionalizzare tiene a bada l’impazienza e la reattività in talune circostanze, la razionalità è controproducente quando si è sotto stress da paura e rabbia, ovvero le circostanze in cui ci troviamo noi in questo periodo. Paura, rabbia (e anche dolore, nel caso si sia perso qualcuno per colpa del coronavirus) sono emozioni viscerali che non possono essere razionalizzate ma che vanno canalizzate, veicolate, concesse a se stessi, perché se mi concedo la paura, la guardo in faccia e l’affronto, diventa coraggio. Se affronto la rabbia, la controllo.

Ecco che è importante essere guidati nella gestione di questi vissuti sconosciuti e prepotenti che prendono il sopravvento di fronte ad una situazione di totale impotenza e disorientamento quale appunto una pandemia mondiale. Per superare questa realtà molto spesso percepita come traumatica purtroppo non serve ripetere come un mantra che tutto andrà bene, quanto piuttosto offrire ascolto e parole all’angoscia di quanti non sono in grado di affrontare l’incertezza e la caducità della condizione dell’uomo, in questo periodo storico più che mai.

Dobbiamo imparare a so-stare nell’incertezza di questi giorni e probabilmente anche di quelli futuri, dobbiamo imparare a fare i conti con l’impotenza, che ha a che fare con l’essere umani, terreni, vulnerabili. Solo in questo modo possiamo recuperare il controllo di noi stessi, della nostra persona e del nostro benessere psico-fisico e sociale.

Quello di cui abbiamo bisogno è sviluppare la pazienza, una pazienza nuova. E se solitamente il concetto di pazienza si associa alla sensazione di noia, all’attesa, alla non-azione, in qualche modo all’impotenza; in questo caso il nostro è un vero agire che appare come un non-agire. Sembra un paradosso, ma è un paradosso salvifico.

Perché con l’isolamento stiamo attivamente facendo qualcosa di importante, che salva noi e gli altri. Noi stiamo agendo.

La domanda che tutti ci facciamo, espressa o no, è quando vedremo la fine di tutto questo. Quando questo incubo finirà.

E non ci riferiamo solo all’epidemia, ma anche al distanziamento sociale, al confinamento domestico, perchè anche, o forse soprattutto questo ci crea malessere e sofferenza.

Il non sapere quando tutto questo finirà, vivere nel terrore di contagiarsi, rischiare di morire soffocati, ma anche vivere prigionieri nelle proprie case, non poter stringere la mano ad un amico, abbracciare il proprio familiare, baciare istintivamente sulla soglia di casa il proprio figlio, senza prima essersi “disinfettati” e accarezzare la mano di un bambino che ingenuamente, ignaro di quanto stiamo vivendo, ti sorride.

Tutti siamo molto impazienti di uscire da questo tunnel.

Ma ciò che è importante sapere e su cui bisogna riflettere è che l’incertezza spinge a cercare certezze, e siccome oggi certezze non ci sono ancora, più le si cerca meno ci si rassicura, e più si rischia uno stress emozionale. Perciò quello che possiamo fare è evitare di cercare risposte che non si possono avere, ma concentrarsi sul fatto che tutto questo, in un modo o nell’altro, sicuramente finirà!