La lieta storia di Marvin, il cane paraplegico, adottato dopo 3 anni e 2700 km di distanza

di Ettore Zanca

Questa è una storia che dimostra tante cose. Che l’amore di qualsiasi forma non ha distanze che tengano, che per quanto si sia sbeccati in anima e fisico, qualcuno che ci aspetta forse c’è, che i carnefici non sono sempre tali.

Ma andiamo con ordine. Marvin è un cane randagio che nel 2017 sta attraversando la strada a San Paolo del Brasile.

Improvvisamente una macchina lo investe e Marvin rimane esanime sul terreno. Ma al contrario di quello che si pensi, l’investitore ha una coscienza che abbaia e morde. Si ferma e chiama i soccorsi. Interviene una ONG che cura gli animali in difficoltà, ma Marvin è messo male davvero. L’incidente lo rende paraplegico e privo delle zampe posteriori. Per mesi Marvin ha fatto tutte le terapie necessarie, finché è stato messo in adozione. Per tre anni però, nessuno lo ha nemmeno preso in considerazione. Marvin necessita di cure, come fosse un bambino.

Una cosa è certa, che quando si vuole la quadra si trova sempre. Basta desiderarlo in due. Marvin un padrone lo voleva, mancava l’altra parte. Il piccolo particolare è che l’altra parte si trovava a Mossorò, che in linea d’aria dista circa 2500 km da San Paolo. Lì abita un agente di viaggio, Everton Holanda. Non appena legge l’appello per Marvin, ormai postato più rassegnata consuetudine che fiducia, il buon Everton si mette in viaggio in aereo sciroppandosi quella caterva di chilometri in un giorno. Marvin è stato preso, portato a casa, ha fatto amicizia con l’altro cane di famiglia e ora vive felice e contento.

Come dicevamo all’inizio? Ah sì, che a volte se c’è un vero sentimento le cose diventano di colpo facili e non ci sono distanze. E più di tutto, su questo, è illuminante la frase di Everton sulla decisione di prendere Marvin: “leggevo sui social che tanti se fossero stati più vicini avrebbero adottato Marvin, io non ho fatto altro che andarmelo a prendere”.

Ecco, tradotto in soldoni: se tieni a qualcosa, ti muovi. Anche se quella cosa è all’altro capo del mondo. Chissà come si chiama questa ostinazione emotiva, io qualche idea ce l’avrei. Credo sia qualcosa che muove il mondo. E dà speranza.