Cosenza, la domanda sorge spontanea: e la qualità urbana post coronavirus?

di Mimmo Gimigliano

Da un po’ di tempo alcuni interventi su “casinistanews” stanno animando un dibattito su “cose d’urbanistica, Centro Storico, futuro della città”

ùcome le chiama Massimo Veltri e su “pillole di storia” come le agghinda Paolo Palma, che riguardano Cosenza. Mettono il dito su piaghe importanti: opere di infrastrutturazione, sviluppo, forma urbana.

Sono con loro in consonanza: faccio parte, come loro, di “Prima che tutto crolli” e mi batto anch’io per Cosenza Vecchia e per il suo territorio. Ho lavorato anch’io alla proposta di legge regionale di “Prima che tutto crolli” sulla valorizzazione del sistema insediativo storico calabrese.

Per questo sento il bisogno di inserire nel dibattito qualche considerazione aggiuntiva.

“La domanda sorge spontanea”: era la frase tormentone di Antonio Lubrano in una nota trasmissione che Rai 3 mandava in onda.

Oggi, di domande, se ne pone una, spontanea e del tutto coinvolgente. Essa colloca sotto una luce diversa le “cose d’urbanistica”, qualunque ne sia la genesi: come sarà la vita nelle città dopo lo choc del Covid 19?

Siamo tutti più o meno convinti che non possiamo più maltrattare l’ecosistema, che dobbiamo riservare la dovuta attenzione alle piante, alla biodiversità, ai cambiamenti climatici, ma non so se tutti ci rendiamo conto che nemmeno le città potranno più essere le stesse di prima, e che la metro leggera, i ponti di Calatrava, le piazze, la mobilità urbana dovranno essere guardati con altro occhio.

Forse occorre davvero ripensare le città, perché non si possono ripetere gli errori del passato e perché non possiamo più lasciarci trovare impreparati, ma anche perché le valutazioni sulla qualità urbana dovranno includere altri parametri.

Aldilà della fase emergenziale (che ci impone di tener conto di nuove “distanze sociali” nei luoghi urbani, ma anche di diversa aggregazione sociale) verrà la fase “a regime”, e allora saremo costretti a dibattere e studiare la città del futuro aggiungendo obiettivi prima imprevedibili.

Le risorse messe in campo sono davvero massicce, in quantità impensate ed impensabili: se raggiungeranno davvero in tempo utile gli utilizzatori finali (il che è da vedere), saranno esse stesse un elemento del dibattito, perché ci costringeranno a pensare nei tempi brevi ad interventi concreti e pesanti sulla città. Interventi capaci di incidere sugli assetti urbani e forse sulle stesse norme, alla stregua del ponte di Genova, che è stato realizzato solo perché si sono baipassate le procedure.

E forse ci renderemo conto anche del fatto che la “città lineare”, in cui si riconosce Cosenza così come è andata crescendo, non potrà più ospitare una giusta allocazione dei servizi e delle attrezzature urbane, tale da consentire i nuovi modi di vita a cui comunque saremo costretti. Sarà più difficile, ma anche a questo dovremo pensare: la città spaghetto di cui parla Paolo Palma potrà rispondere, non tanto alle intervenute esigenze, ma all’intervenuta consapevolezza che anche gli aggregati urbani e il loro uso e la loro funzione dovranno adattarsi?

La città continuerà ad essere il luogo della collettività e delle funzioni collettive, ma allora forse è proprio alle funzioni che bisognerà fare riferimento per proporre una nuova qualità urbana che abbia al centro l’uomo e le sue esigenze.

“Prima che tutto crolli” lo fa da tempo: ha proposto una legge regionale di iniziativa popolare che definisce la qualità come grado di soddisfacimento delle esigenze dei cittadini.

Forse bisognerà ripartire dai borghi, come sostiene Stefano Boeri, forse bisognerà prendere a modello antichi modi di intendere la vita in comune e l’aggregazione sociale, quegli stessi che ci raccontano i nostri centri storici. L’Agenda Urbana Europea già da tempo di fatto lo raccomanda: la Carta di Amsterdam sul recupero integrato, la Carta di Lipsia sulle città europee, la Dichiarazione di Toledo sulla rigenerazione urbana integrata.