Medici senza frontiere in campo contro il coronavirus a San Vittore

di Eleonora Camilli

I materassi bruciati a Rebibbia, i detenuti morti a Modena e Rieti, le evasioni a Foggia, i sit-in dei parenti fuori dagli istituti.

Nelle prime settimane di marzo la rivolta nelle carceri italiane ha segnato l’inizio di un periodo di tensione che, con la lente di ingrandimento della crisi legata al Covid 19, metteva in luce vecchi problemi. del sistema penitenziario italiano. Dal sovraffollamento alla gestione delle visite, le criticità già presenti, con la nuova emergenza rischiavano di creare un effetto dirompente. Fin dall’inizio gli stessi detenuti hanno chiesto chiarimenti e prevenzione, in un luogo di prossimità forzata, infatti, il contagio avrebbe potuto viaggiare molto velocemente. Tra le misure intraprese dal governo per far fronte all’emergenza, la detenzione domiciliare e la sorveglianza tramite braccialetti elettronici. Misure che secondo l’ultimo rapporto di Antigone di maggio 2020, hanno permesso di alleggerire la presenza: in due mesi e mezzo i detenuti sono diminuiti del 13,9 per cento. In particolare, da fine febbraio al 19 marzo le presenze in carcere sono calate di 95 persone in meno al giorno. Una tendenza accelerata con l’entrata in vigore del decreto “Cura Italia”, che prevedeva le prime misure deflattive: dal 19 marzo al 16 aprile la popolazione detenuta è calata ulteriormente di 158 persone al giorno. In tutto, secondo l’ultimo bollettino del Garante nazionale dei detenuti, oggi in Italia le persone presenti negli Istituti penitenziari sono 52.250, su una capienza effettiva di 46.731. Al 5 giugno il numero dei casi confermati di Covid-19 è sceso a 74 tra le persone detenute e 62 tra il personale penitenziario.

Per contenere il contagio, alle misure di deflazione si sono aggiunti in questi mesi interventi specifici. Un caso particolare è quello di San Vittore, a Milano, dove per contrastare la diffusione del coronavirus la direzione penitenziaria si è avvalsa per la prima volta della collaborazione dell’équipe di Medici senza frontiere. “Quando siamo arrivati la situazione era di stress dopo le prime misure di contrasto al Covid19 intraprese dal ministero, come la cancellazione dei colloqui e delle attività esterne – spiega Marco Bertotto, responsabile per gli affari umanitari di Msf -. Tutto questo si inseriva in un contesto già delicato per definizione come il carcere, dove la possibilità di focolai è alta e dove è difficile gestire i flussi in entrata e in uscita degli agenti. Si tratta, inoltre, di un contesto di spazi fisici di promiscuità e sovraffollamento”. Dopo un primo contatto col direttore sanitario della Casa circondariale e una prima visita a fine marzo, Medici senza frontiere ha iniziato a lavorare nel carcere dal primo aprile.  Per la prima volta in Italia l’organizzazione effettuava un intervento in una struttura di detenzione.

“Per noi è stato un primo passo sperimentale, la nostra esperienza non è così ampia nelle carceri, anche se in paesi come Ucraina, Brasile o Libia, siamo intervenuti anche in questi contesti come questi- aggiunge Bertotto – A Milano, siamo stati molto, anche perché l’epidemia in Lombardia stava viaggiando velocemente. Insieme al personale della direzione sanitaria abbiamo iniziato a sviluppare dei protocolli, a partire dalle indicazioni dell’Oms. In tutto ne abbiamo sviluppati circa una trentina”. E così, sono stati definiti comportamenti di prevenzione: da come vestirsi e svestirsi a cosa fare in situazioni specifiche. Sono stati individuati circuiti interni per passare in sicurezza dalle zone “pulite” a quelle “sporche” e viceversa; ottimizzate le attività di sanificazione di tutti gli ambienti. Inoltre è stato pensato un reparto Covid-19 all’interno del carcere, un vero e proprio centro di cura e trattamento, punto di riferimento regionale. Qui sono stati implementati protocolli sulla presa in carico dei pazienti positivi, inclusa l’eventuale necessità di trasferimento all’ospedale.

Abbiamo messo a punto delle procedure per i nuovi giunti, cioè i detenuti che entravano per la prima volta in carcere e che dovevano essere messi in quarantena – spiega ancora Bertotto -. A San Vittore sono stati fatti convergere anche detenuti positivi trasferiti da altre strutture, che dovevano essere monitorati e messi in osservazione. A questo si è aggiunto tutto il protocollo relativo alla gestione dei detenuti lavoratori, cioè coloro che dentro il carcere portano la spesa o i pacchi da una parte all’altra della struttura, che si occupano della lavanderia, della cucina, dei bagni e che dovevano provvedere anche alla sanificazione delle celle. Abbiamo proceduto quindi con attività di formazione e informazione per le diverse categorie di persone e con la promozione della salute. Questa viene fatta anche  dai nostri  volontari attraverso la distribuzione delle mascherine”.

Un’azione capillare che ha permesso anche di rassicurare la popolazione carceraria sui rischi del coronavirus. “Quello che stava succedendo in Italia e in Lombardia era noto a tutti, i detenuti guardano la televisione – continua il responsabile di Msf – ma vedendo che eravamo lì, che facevamo continui processi di sanificazione si sono rasserenati. Anche il parere del referente sanitario di San Vittore sull’operato è positivo: il senso della presenza di un soggetto esterno e competente ha tranquillizzato le persone e il clima interno è migliorato. Oggi i dati in diminuzione sui contagi negli istituti penitenziari sono incoraggianti ma non bisogna abbassare la guardia conclude -: l’attenzione a tutte le misure di prevenzione deve rimanere alta, soprattutto nel momento in cui ripartono i colloqui e altre attività a contatto con l’esterno”.

L’intervento a San Vittore fa parte della risposta complessiva di Medici senza frontiere al coronavirus in Italia. E che vede l’organizzazione impegnata in diversi contesti: nelle rsa delle Marche, nelle carceri di Lombardia, Piemonte e Liguria, negli spazi informali e nelle occupazioni a Roma.