Ma a Cosenza chi è che discute. E, soprattutto, chi è che decide?

di Massimo Veltri

Il caso, o forse il lento, naturale succedersi degli eventi, ha voluto che mentre il coronavirus scatenava tutta la sua  potenza devastante a Cosenza si svolgesse – sui giornali – una discussione dai toni pacati, per fortuna,

su cose d’urbanistica,  Centro Storico,   futuro della città. Sui giornali perché altrove non se n’è rinvenuta traccia: nelle sedi per così dire deputate quali la Casa comunale o i partiti- per quel che c’è rimasto, s’intende – o le organizzazioni sindacali o confindustriali. Si potrà obiettare che gli argomenti di cui occuparsi sono stati altri, e più urgenti, più prementi, dettati appunto dall’emergenza sanitaria, e invece no: al solito ha prevalso la ben nota e inveterata cultura del silenzio, salvo poi spiattellare d’improvviso, come calata dall’alto e ‘improcrastinabile’, questa o quella azione o, ancor di più, inazione. Toni pacati, si diceva, il che significa che le posizioni si sovrapponevano o almeno fossero convergenti, nei vari articoli che hanno visto oltre chi scrive ingegneri, architetti e benemerite associazioni: è giusto così, d’altronde visto che gli imprinting culturali diversi le sensibilità sociali e le visioni da sottoporre alla lettura degli interessati (pochi, molti… non è dato sapere) si sono tradotti in articolazioni comunque degne di attenzioni ma da riportare a sintesi dopo la necessaria evoluzione e maturazione.

Urbanistica, Centro storico, la città che verrà, dunque: area urbana, metro leggera, rivitalizzazione della città vecchia. Sta arrivando al termine del suo iter – almeno si spera – la lunga, articolata, partecipata fase di istruzione avviata dal Mibac, e per esso dal sottosegretario delegato onorevole Orrico, riguardante l’utilizzazione di novanta milioni destinati al nostro ‘centro (storico)-periferia’ che va dai Rivocati fino al Castello, al di qua e al di là dei fiumi. Dopo consultazioni, richieste di proposte, audizioni, incontri e tavoli, sia di soggetti istituzionali che di associazioni cittadine è in corso in seduta permanente presso il ministero romano  il vaglio dei carteggi depositati e la definizione di come e attraverso quali scelte procedere. Così, pare di capire, entro l’estate si potranno impegnare i fondi disponibili. Un lavoro importante, ad ampio spettro, che si auspica non porterà ad assegnazione di soldi a pioggia né di recuperi edilizi fini a se stessi quanto a ‘premiare’ comparti funzionali cui sono assegnati scopi di utilizzo ben precisi all’interno di una logica di tipo sociale, culturale e urbanistica: che riguarda cioè il nesso fra la parte alta della città e Cosenza nel suo complesso. C’è chi ha prodotto, l’associazione Prima che Tutto Crolli, di cui sono portavoce la proposta corredata e argomentata  di una ‘Cittadella della Cultura’: pare sia considerata con favore laddove saranno effettuate le scelte.  

Urbanistica quindi, e città che verrà unite all’affaire metro: un tutt’uno secondo una logica di sistema. La Commissione Europea avrebbe avvisato la Regione Calabria e il Comune di Cosenza: troppi ritardi, troppi aumenti di costi, ‘questa metro non s’ha da fare’. E i fondi disponibili che fine faranno, farebbero? E il cantiere chi lo rimuove, e la Città del benessere? I condizionali e i punti interrogativi fioccano. Senza che si alzi una voce che chieda a presidente di Regione e a sindaco di riferire laddove è previsto che le istituzioni dibattano e informino i cittadini. Intanto si susseguono sussurri e grida: ‘Viva!, la metro non si fa’; ‘Facciamola ugualmente, con altri soldi’ (quali?!); ‘Pensiamo a un sistema viario alternativo che vada al di là della città lineare orientata secondo l’asse nord-sud’. Ecco quindi riaffacciarsi una suggestione non recente: la città policentrica o circolare, per fuoriuscire dalla strapaesana ridda da campanile fra Rende e Cosenza e che porta a considerare un’area urbana vasta, vasta da comprendere tanti paesi, tante comunità e decongestionare la striscia fortemente antropizzata attuale fin troppo densa e di conseguenza prevedere un sistema trasportistico coerente.  Perché decolli quest’idea, perché si superi non solo l’impasse ma l’angustia di un silenzio opprimente che ci attanaglia,  stretti fra  periferie dimenticate, disagio sociale, glamour effimero del ‘miglio d’oro’, piazze sotto sequestro e democrazia offesa c’è bisogno di qualcosa che si chiama politica. La politica dei cittadini e per i cittadini, il rispetto per le istituzioni. Chi deve evocarli, a chi la parola?