L’emergenza quale opportunità persa. Sempre influente il principe di Salina

di Gaetano De Filippo

La storia – maestra di vita – insegna che tutti gli avvenimenti più catastrofici, come guerre, pestilenze, terremoti, alluvioni e pandemie hanno l’effetto di catalizzare l’evoluzione economica e sociale dell’umanità.

Imprimono, infatti, un’accelerazione notevole al progresso, sicché mutazioni che normalmente sarebbero avvenute in periodi molto lunghi, si perfezionano in tempi abbastanza brevi. Si potrebbero citare tantissimi esempi, ma è opportuno menzionare quello più recente, ossia il periodo che ha seguito il secondo conflitto mondiale, quando un’Italia in macerie seppe risollevarsi e ripartire più determinata e più forte di prima, fino ad inserirsi stabilmente tra le prime dieci potenze economiche del mondo. Quello che viene ricordato come il “miracolo italiano”, fu certamente reso possibile grazie alle imponenti risorse finanziarie messe in campo dal Piano Marshall, ma anche in virtù di uno spirito di rivalsa ed alla voglia di risalire la china che ispirò il popolo ed il genio italico.

All’inizio delle pandemia si fu facili profeti nell’immaginare che oltre ad essere una terribile emergenza sanitaria, si sarebbe rivelata anche come una devastante crisi economica che avrebbe messo a nudo le fragilità del nostro impianto economico ed in ginocchio il nostro sistema produttivo. Contestualmente, tuttavia, si ipotizzò che avrebbe potuto rivelarsi come una grande opportunità, ossia come un accadimento catastrofico che avrebbe potuto dare una svolta al nostro sistema economico ed al nostro modello sociale. 

Era convinzione comune e condivisa che, anche in questo caso, le risorse finanziare messe a disposizione per affrontare l’emergenza sarebbero state ingenti, ma si era parimenti persuasi che parallelamente sarebbe stato necessario ipotizzare e disegnare, da parte della classe dirigente, un nuovo modello economico ed un inedito paradigma sociale. Già si pensava ad un’economia etica, nella quale l’impresa non fosse soltanto l’impiego dei classici e canonici fattori produttivi per il perseguimento della remunerazione del capitale, ma si sostanziasse nel coinvolgimento di più persone che, seppure in ruoli e con responsabilità diversi, contribuissero alle sue fortune ed in misura diversa partecipassero alla ripartizione degli utili. Si immaginava un sistema industriale biocompatibile ed a misura d’uomo, nel senso che i vari processi produttivi fossero rispettosi dell’ambiente e della salute dei lavoratori e soprattutto ne promuovessero la dignità. Si ipotizzava che il lavoro impegnasse per meno tempo i dipendenti, sicché questi potessero dedicare più tempo alla loro famiglie ed alla loro realizzazione personale e nel contempo dessero spazio ed opportunità ad altri lavoratori. Si agognava che si dettasse, a livello nazionale e quale esempio per il sistema globale, un criterio per la ridistribuzione della ricchezza, al fine di evitare che sostanze immani, quanto inutili, fossero detenute da pochi e che, di contro, in tanti non disponessero del minimo indispensabile per un’esistenza decorosa. Purtroppo – nonostante si disponesse di tutto il tempo necessario – non si è avuta la lucidità e la capacità di programmare un mondo migliore, più giusto, più equo, più solidale e più rispettoso delle aspettative di tutti, coniugate con le esigenze di ciascuno. Ci si ritroverà a breve tra le macerie di un sistema produttivo in frantumi, più indebitati e più disuguali di prima. E resterà l’amara consapevolezza che si sia persa un’opportunità unica e forse irripetibile.