La scuola è finita, viva la scuola. Ma quanti cervelli e nervi consumati…

di Isabella Marchiolo

La scuola è finita e come ogni anno studenti, insegnanti e famiglie si preparano al meritato riposo estivo.

Se non fosse che – malignano i soliti haters, rinvigoriti dalla quarantena – stavolta si sono già rilassati abbastanza. E invece no.

La terribile Dad (Didattica a Distanza) ha consumato cervelli e nervi più di ogni quadrimestre di recupero, preparazione d’esame, girotondo di docenti e tutto ciò che di maggiormente stressante si possa vivere sui banchi. Protagonista di meme creativi – dal luttuoso nomignolo Death (non solo per l’assonanza fonetica) fino alle fantasiose parodie su pagine di genitori 2.0, mamme disperate e prof alla canna del gas, negli ultimi tre mesi questa modalità d’insegnamento (per la quale con schiacciante evidenza il nostro sistema scolastico era e resta assolutamente impreparato) ha ridotto al lumicino oltre metà della popolazione italiana.

DAD OR DEATH In un paese in cui siamo quasi tutti genitori o maestri, la strategia obbligata della Dad durante la pandemia ha monopolizzato il tempo delle famiglie davanti a pc dove, a getto continuo, arrivano assegni di compiti, schede didattiche, collegamenti ipertestuali. Si sta come a Wall Street, all’erta 24h sui portali per non perdere l’ultimo gioco al rialzo dei docenti, affannati a terminare i programmi imposti senza eccezioni dal Ministero, alla faccia dell’emergenza. Doveva essere come nella scuola “vera”, cioè seguendo calendario e orari, poi però ognuno posta quando ha tempo (ma il burnout vale solo per i docenti?) e gli allievi eseguono tutto a ritmo frenetico, ingozzandosi, per poter mettere una stellina dopo l’altra sui compiti fatti – il famoso imbuto della Azzolina. E soprattutto ci sono state le logoranti videolezioni. Alla primaria, una babele di voci accavallate, saluti ai compagni, microfoni che rivelano la mamma ai fornelli sullo sfondo, il fratellino che piange e in qualche caso meno genuinamente domestico anche drammatici litigi privati. I ragazzi della secondaria, poi, vegetano sui monitor messaggiando tra loro, cercando risposte su Google e aspettando la prossima ruspante interrogazione. Si inviano esercizi di educazione fisica ed esecuzioni musicali, qualche classe ha persino inventato il viaggetto d’istruzione in remoto da balconi e giardini.

Cosa non si farebbe per i figliuoli… se gli adulti danno di matto l’importante è che almeno i piccoli si vedano, parlino, si sentano insieme. Che dia un po’ di conforto questa copia in lontananza dell’originale. Mancano, appunto, solo i banchi. Ed è tutto quello che invece conta davvero in un paese dove il tasso di ignoranza degli studenti è tra i più alti d’Europa.

Il recentissimo sondaggio dell’Istituto Noto su un campione di un migliaio di persone ha confermato quello che si diceva informalmente sugli impazziti gruppi Whatsapp genitoriali: per il 57% degli intervistati le scuole avrebbero dovuto riaprire con l’inizio della Fase 2 e la stessa percentuale boccia sonoramente la didattica a distanza.

Necessaria e volenterosa, ma nei fatti un autentico disastro in termini di rendimento, non solo dal lato dei ragazzi. A sentirsi valutati, psicologicamente, sono pure i genitori. In un racconto che ricordo da una vecchia antologia scolastica, un papà si vergognava come un ladro per non esser stato capace di risolvere un problema di aritmetica del figlio basato su calcoli di mattoni che “se mi fossero caduti tutti in testa avrebbero fatto meno male”. Nello stesso modo, chi non ha gli strumenti culturali per aiutare la prole è messo impietosamente davanti alle proprie carenze. Ad avvampare d’imbarazzo sono padri e figli, che sia per una casa modesta o una verifica sbagliata. Quasi sempre a pensarci poi però è la mamma, wonder woman della situazione. Con un’altra polemica sociale, neanche tanto assurda: la Dad potrebbe rappresentare un passo indietro per le donne, un’ulteriore incombenza atta ad inchiodarle a casa nell’unico ruolo di accudente angelo del focolare.

A COSA SERVONO LE SCUOLE In realtà non serviva il parere degli epidemiologi per capire che la permanenza cinque ore in una classe non è più pericolosa degli assembramenti altrettanto duraturi all’interno dei centri commerciali, quelli sì regolarmente aperti. Dopo dissertazioni sull’altissimo rischio di riaprire i cancelli scolastici e i proclami su come tenere gli studenti a casa abbia “salvato vite umane”, adesso si dice timidamente che forse non sono le scuole gli ambienti più contagiosi, almeno non in questa fase dove ognuno sta facendo un po’ come gli pare e sembra che il virus sia clinicamente defunto.

In fondo è soltanto un mese, ne valeva la pena? In Germania, Francia, Danimarca, per citarne alcuni, hanno ritenuto di sì. L’ultima a trovare coraggio è stata la Gran Bretagna, nonostante il numero ancora sostenuto di contagi giornalieri. L’istruzione, per loro, vale quanto l’economia e vale interamente la pena della riorganizzazione capillare di edifici, turni, dotazioni igieniche e machiavellici piani delle lezioni. Lo si è fatto, anche se solo per un mese.

In Italia si è preferito il nuovo mantra dei decreti dalla gestazione lunga, cesellati in modo da “metterci di più e non sbagliare nulla”. Il Miur è convinto che a settembre l’esito di cotanta programmazione sarà efficace ed ha stanziato 331 milioni per gestire l’avvio del nuovo anno scolastico e altri 39 per lo svolgimento in presenza degli esami di maturità. Ma l’autonomia scolastica crea strani mostri. C’è un abisso tra Nord e Sud, in certi territori pure tra istituti. Qualcuno fornisce i tablet in comodato d’uso con i soldi degli enti, altri offrono la fibra. Qualcun altro niente: provvedano le famiglie, come possono.

GRAN CONFUSIONE Di soldi qui ne servono troppi. Secondo l’Associazione Nazionale Presidi, anche con i milioni promessi da Azzolina non esistono le condizioni per ripartire in sicurezza. Le fondamenta della scuola italiana sono friabili come la sua edilizia. Non si poteva riaprire subito perché da noi non bastano, come altrove, l’uso di mascherine e disinfettanti, i percorsi tracciati e i gruppi divisi (ma negli altri paesi, è bene ribadirlo, mai sono state costituite classi da 30 allievi e oltre). Mette i brividi che questi rischi quotidianamente corsi negli anni da minori di varia età turbino i sonni del Ministero solo ora, amplificati dalla grancassa del virus. Improvvisamente il pericolo è enorme e guai a mettere piede in quegli edifici.

Poi c’è lo scacchiere didattico, altro item nel quale il Miur, decidendo di non aprire oggi le scuole, ha nei fatti già ammesso il fallimento. Altro che bocciature ipotizzate e negate a ogni soffiar di vento per chi in quarantena, come si dice in linguaggio scolastico, non si è “applicato” abbastanza.

Purtroppo l’impressione è che non abbiamo ancora visto niente. Un meme virale sulla geniale turnazione di Azzolina mette in campo il mister Oronzo Canà di Lino Banfi, che avvicenda i giocatori per confondere le idee agli avversari. “Ma così non capiamo niente nemmeno noi”, obietta uno dei suoi. Infatti a pagare tutte le conseguenze di questa irrazionale “gran confusione” didattica che debutterà a settembre saranno gli studenti.

I bambini che iniziano il primo ciclo e quelli che passano in seconda avendo imparato a leggere e scrivere on line (giusto una bazzecola da fare con l’abbeceddario a distanza!).

Gli svogliati renitenti ai compiti per casa che ricevevano qualche larvato input in classe e per i quali quest’anno non è mai esistito ma si troveranno ugualmente avanti nella macchina del tempo, procedendo nei programmi più complessi con un buco nero in mezzo.

Gli allievi con disabilità o Bes (Bisogni Educativi Speciali), che fanno fatica ad adattarsi e devono riabituarsi alla socialità e l’autonomia aggiungendovi regole nuove, dopo mesi vissuti nel guscio familiare, rassicurante ma privo degli stimoli che fanno crescere.

E ancora i timidi, i ragazzi senza amici né fratelli, quelli bloccati dentro famiglie con scarsi mezzi economici e culturali. Secondo l’Istat, il 12,3% delle famiglie italiane non possiede pc o tablet e ha una connessione internet inadatta alle esigenze della Dad, mentre Save the Children ha puntato l’attenzione sui bambini che abitano in spazi ristretti e non hanno un luogo fisico da dedicare allo studio. Una minoranza, certo. Sacrificabile, come ci ha insegnato questa pandemia: a farcela è innanzitutto chi più ha e può… gli altri, forse.

Insomma sono ormai pochissimi quei genitori a cui stringe il cuore a vedere in giro per il globo bambinetti sui banchi divisi dal plexiglass e con le mascherine d’ordinanza. Qualcuno resiste sui bastioni del no agli esami sierologici per i giovanissimi. Eppure lentamente si sta comprendendo che lo spartiacque tra il prima e il dopo va spiegato con serenità anche ai più piccoli. Meglio a un metro di separazione che chiusi in casa. Meglio meno vicini che completamente soli.

La scuola, al di là di numeri e voti, è per tantissimi giovani la salvezza da devianza e depressione. Lo dicono i pochi precedenti esempi di lockdown scolastico in alcune aree del mondo. Nelle zone Usa colpite dall’uragano Katrina le scuole chiusero perché le città erano devastate e inagibili, in Giappone accadde dopo il disastro di Fukushima: in entrambi i casi i bambini privati della scuola svilupparono immediatamente comportamenti regressivi. In Argentina, negli anni Ottanta, un’ondata di scioperi dei docenti portò alla perdita di mesi di lezioni e gli studenti indirettamente colpiti dalla protesta, divenuti adulti, riscontrarono particolari difficoltà nel laurearsi e lavorare.

Qui e ora, in Italia, la vera sintesi del trauma possono offrirla soltanto i genitori che dopo le prime nostalgie hanno visto la graduale assuefazione dei figli a un’educazione all’acqua di rose, pomeriggi sul divano e improbabili verifiche farlocche con il supporto di Wikipedia. All’inizio la scuola mancava, adesso il paese straripa di allegri Lucignolo nel paese dei balocchi: per chi ha amici il lieto fine è tornare ad incontrarli, passando placidi dallo studio finto alla vacanza vera. E vissero tutti felici e contenti, con la prospettiva dell’istituzionalizzazione delle ore ridotte e la settimana corta, la location delle lezioni in cinema e parchi e un’amnistia delle insufficienze. Ecco perché l’idea del viceministro Ascani di una reunion tra gli studenti degli ultimi anni (derubati delle indimenticabili gite finali e dei pranzi dei cento giorni) è bella, ma non c’entra niente con la scuola. Lo studio è scivolato in coda a tutto il resto e si va inesorabilmente verso un’istruzione compressa con discipline elargite in formato Bignami. Ma di chi è la colpa?

TUTTA COLPA DEL PROF L’altra faccia della medaglia è l’inadeguatezza dei docenti, vituperati quasi all’unanimità per come hanno lavorato a distanza, accompagnati dall’antica nomea del dipendente statale buono a nulla che sta a casa (questa volta non in senso metaforico) e viene pagato, una brutta fama esacerbata dall’indignazione di chi durante il lockdown è precipitato sotto la soglia della povertà. E’ vero, i furbetti ci sono stati anche tra i docenti – come, del resto, tra gli eroici medici e infermieri – con malattie (e rientri) ad hoc. Ma se la formazione sulle nuove tecnologie è stata negli ultimi anni un inutile bluff la responsabilità non è degli insegnanti, da marzo chiamati ad applicare qualcosa che non avevano mai concretamente imparato nell’accumulo obbligatorio di crediti formativi dai contenuti fantasiosi.

Per il Miur anche i prof sono imbuti da riempire. Vecchi e (chi può) sull’orlo della pensione. Pochi e in maggioranza precari. Ma, caro mister Oronzo, le soluzioni proposte hanno sempre più dell’incredibile. Ad esempio, la nuova abilitazione conseguita con i quiz a crocette e i due concorsoni, ordinario e straordinario, avvolti da fitta suspence: Quando si svolgeranno e come? Che fine faranno i vincitori congelati del concorso ordinario del 2016 e i docenti delle graduatorie di merito del concorso abilitati del 2018, anch’essi in lista per l’assunzione? E le putrescenti Gae? Ci sono davvero posti per tutti loro, che ne hanno diritto acquisito, e pure per gli altri 80.000 annunciati per il rilancio della scuola post Covid? Sicuri che ci siano in tutta Italia, visto che i concorsi sono su base regionale? Ma non sarebbe la prima volta se in corsa venissero cambiate le carte sul tavolo, esiliando i docenti sul picco delle montagne con il ricatto di perdere il ruolo.

Assorbita da anni la rassegnazione al criterio dei Cfu a pagamento, al momento la punta di diamante del piano assunzioni made in Italy è il requisiti blindato per accedere ai concorsi, l’impossibile quota del triennio di servizio, che taglia fuori i precari che non potranno far valere l’anno in corso – i cosiddetti “180×2”, già pronti a chiedere la partecipazione con riserva.

Pasticciaccio brutto è anche l’eterna supplentite, il virus più coriaceo della scuola italiana. Non l’aveva debellata la selvaggia Buona Scuola di Renzi, dunque si può fare di peggio suggerendo di mantenere in vigore per un altro anno le graduatorie di istituto (leggi: impedendo agli iscritti di sommare il punteggio maturato nel triennio e migliorare la propria posizione). Il motivo dello stop è sempre quello, l’incapacità di elaborare aggiornamenti e nuovi inserimenti in modo snello. Un emendamento in senso contrario nel Decreto Scuola sembra risolverà lo stallo durante l’estate, digitalizzando il processo (ma ci voleva tanto a capirlo?) e introducendo la provincializzazione delle GI – che però solleva più di un sospetto di andare a svantaggio degli incarichi per molti supplenti. Come sempre prof, famiglie e allievi sapranno cosa accadrà solo alla vigilia dell’agognato suono della campanella. Non ci resta che sperare che la scuola non finisca prima ancora di iniziare. Perché dallo scorso marzo ha fatto male al cuore più di ogni altra cosa passare davanti a quei cancelli sbarrati, quei cortili senza voci e risate di ragazzi.