Il covid e l’omicidio di George Floyd spingono gli States alla rivolta

di Rino Muoio

E’ una settimana di profondo e drammatico travaglio interiore quella che gli States stanno vivendo.

Una frattura gravissima si è prodotta nel già precario rapporto tra la polizia americana e gli afroamericani,

che fa ricadere il paese negli anni bui dell’apartheid e a quelli delle lotte contro la segregazione razziale condotte da Martin Luther King. Una violenza urbana che si sta consumando nelle strade di Minneapolis, Boston, Devenport, Louisville, Philadelfia, New York, fino alla stessa Washington, che ha addirittura costretto il presidente degli Stati Uniti a rifugiarsi nel bunker della Casa Bianca per qualche ora. Il tutto in un contesto che vede la prima potenza economica e militare del mondo alle prese con una crisi occupazionale e dunque economica serissima, dovuta a quella pandemia che Donald Trump ha prima snobbato, poi trattato con sufficienza e ora inesorabilmente subisce, come accaduto in queste settimane a Jais Bolsonaro, Boris Johnson e compagnia cantando. I morti per Covid-19 negli USA sono già oltre centomila, triste primato mondiale, e i contagiati vicino ai due milioni, mentre la disoccupazione in otto settimane è salita a poco meno del 15 %, ma per gli analisti potrebbe presto arrivare al 20 %, una dato senza precedenti, con milioni di aziende chiuse che portano il numero dei senza lavoro ad una cifra intorno ai 40 milioni di persone. E come al solito a risentirne di più è proprio la comunità in perenne disagio e afroamericana in particolare, in una nazione che non ha mai avuto un vero sistema del welfare. Ma quella alla quale sta assistendo la comunità internazionale è molto di più che l’ennesima reazione ad una morte violenta, ingiusta quanto inaccettabile, al pari di altre in passato avvenute, purtroppo, anche nelle nostre caserme, perché oramai l’intensità delle manifestazioni eleva il livello della tensione per le strade a quella tipica della rivolta. Ad essere interessata non è solo Minneapolis, dov’è avvenuto l’assassinio di cui appresso, ma molte altre città americane distribuite sul almeno otto stati. Sono già 40 quelle in cui è stato proclamato il coprifuoco. E poi perché non sono solo gli afroamericani a inscenare le drammatiche proteste di questa settimana, con annessi saccheggi e distruzioni di negozi, uffici, macchine e agenzie delle polizie locali, ma anche i bianchi, e non solo quelli, come sostiene Trump, organizzati in movimenti estremisti di sinistra e di destra, ma gente comune, ai margini, che in questa ennesima crisi economica ha perso tutto, anche la speranza. Ma andiamo con ordine. I fatti raccontano che tutto nasce da quella maledetta sera del 25 maggio scorso, quando George Floyd, 46 anni, dal fisico possente, nato a Houston in Texas e da tempo residente a Minneapolis, di professione buttafuori ma da mesi disoccupato per via della pandemia, entra in un tabacchino, probabilmente dopo aver bevuto qualche superalcolico di troppo, per comprare un pacchetto di sigarette, e paga con una banconota di 20 dollari. Ad attenderlo in macchina un altro paio di amici. Il ragazzo al bancone si accorge che la stessa banconota è falsa e non esita a chiamare la polizia che interviene da li a qualche minuto. A quel punto non si capisce esattamente cosa accade, considerato che, secondo quanto riferito e filmato dai testimoni, George non oppone grande resistenza e si fa ammanettare quasi subito. Ma dopo un paio di minuti si ritrova steso a terra con un ginocchio di un poliziotto, tale agente Derek Chauvin, uno che già in passato ha dimostrato di non andare per il sottile, piantato sulla gola. George si dimena, “I can’t breathe” “non riesco a respirare” grida per quasi 8 minuti, ma il temerario agente non molla e la vittima perde pian piano conoscenza. Tenteranno di rianimarlo in ospedale dove viene trasportato dopo almeno una diecina di minuti di brutale violenza da parte della polizia, ma non c’è più nulla da fare. Ora la giustizia americana farà il suo corso, com’è giusto che sia, ed è anche vero che il poliziotto protagonista di quello che appare a tutti come un omicidio volontario, è stato già licenziato assieme ai suoi colleghi intervenuti quella sera, ma già alcuni passaggi delle ultime ore irritano e suonano come una provocazione agli stessi americani, neri e bianchi che siano. Primo: il reato rubricato dall’autorità giudiziaria pare sia quello di omicidio preterintenzionale e non volontario. Una bella differenza, che fa pensare ad un tentativo maldestro di alleggerire la posizione dei poliziotti coinvolti. Secondo: il medico legale incaricato, incredibilmente scrive che la morte di Floyd non è avvenuta per asfissia, ma a causa degli effetti combinati del blocco della polizia, dalle sue patologie pregresse e probabilmente dall’uso di non meglio precisate sostanze tossiche. Una tesi che non convince nessuno sin da subito. La notizia della morte di Floyd, per tornare alla sera del 25 maggio, in pochi minuti fa il giro della città e da li a poco degli Stati Uniti e del resto del mondo. Partono le contestazioni, spontanee e sempre più cruente, legate alle condizioni di discriminazione razziale e di crisi economica in cui consumano la loro esistenza gli afroamericani, che, assieme ai famigliari di George, vogliono la verità sulla sua morte. Intanto arrivano i risultati dell’altra autopsia, quella voluta dai genitori ed effettuata in queste ore, che confermano invece che la morte di George Floyd è effettivamente sopraggiunta per soffocamento. Una verità che certamente alimenga le ragioni della protesta, di fronte alla quale il presidente Trump non trova di meglio che sollecitare i governatori degli stati a reprimere i manifestanti anche attraverso l’uso delle armi da fuoco, mostrandosi pronto ad attivare la polizia nazionale e lo stesso esercito. Si vivono, dunque, ore concitate e soprattutto si intuisce come si navighi a vista nella gestione della crisi. In realtà la politica arrogante e votata all’autoritarismo che Trump sta portando avanti da anni, dimostra come sia fuori dal tempo e produca effetti collaterali gravissimi. Il presidente degli Stati Uniti, evidentemente, non è ancora consapevole del fatto che la miscela esplosiva rappresentata dalla diffusione della pandemia, dall’alto tasso di disoccupazione e dal conseguente aumento del disagio economico, costituisce un formidabile catalizzatore per alimentare sempre di più la protesta, che può davvero trascinare l’America alla soglia della rivolta sociale. Uno scenario che fa tremare le vene ai polsi e che non può certo essere considerato molto diverso da quello che sta avvenendo in Cina, o meglio ad Hong kong, in Giappone, così come in Brasile e ad altre latitudini dove si inneggia al pugno duro anziché alla revisione dell’attuale modello liberista e capitalista. Metodi che tutti noi non tardiamo a condannare e a considerare giustamente come conseguenti a politiche autoritarie o di regime. Al contrario, tuttavia, di quanto in modo assai indulgente, facciamo con gli Stati Uniti di questi ultimi anni.